Fattori di rischio nel processo della devianza minorile


- Posted by Giacomo Piperno
- Posted in Articoli Tesisti
*A cura di Giulia Carlini
La devianza minorile riguarda quei comportamenti, atti o trasgressioni commessi da individui under 18 che violano norme sociali, morali o legali. Negli ultimi anni si assiste a un aumento di episodi di bullismo, vandalismo e piccole sommatorie di reato tra i più giovani. Fragilità emotive, dinamiche familiari disfunzionali e pressioni socio-culturali possono spingere l’adolescente verso condotte a rischio, con conseguenze negative per sé e la comunità circostante.
Che cos’è la devianza? Teorie chiave
Per comprendere perché un minorenne possa deviare, è utile partire da tre approcci teorici che hanno tracciato il dibattito accademico:
- L’approccio sociologico, che guarda al ruolo delle norme e del contesto:
- Secondo la teoria dell’etichettamento di Lemert, viene prima l’atto deviante e poi lo stigma sociale: è l’etichetta “deviante” che, una volta applicata, alimenta il proseguimento del comportamento antisociale.
- La teoria dell’anomia di Durkheim e Merton mette in luce come l’incapacità di raggiungere obiettivi socialmente condivisi (ad esempio il successo economico) con i canali tradizionali spinga alcuni individui verso soluzioni devianti.
- L’approccio psicologico, che sottolinea la dimensione individuale e relazionale:
- La teoria del controllo sociale di Hirschi sostiene che è proprio il legame con la famiglia, la scuola e le attività prosociali a frenare la spinta verso la devianza.
- Le teorie dell’apprendimento (Bandura, Sutherland) insegnano che i comportamenti violenti o antisociali si imitano e si rinforzano nel gruppo, grazie a processi di modellamento e giustificazione.
- L’approccio biologico, che indaga predisposizioni genetichedi e neurobiologiche:
- Studi neuroscientifici individuano nel malfunzionamento della corteccia prefrontale e in squilibri di dopamina e serotonina una ridotta capacità di autocontrollo e una maggiore tendenza alla ricerca di sensazioni forti.
In realtà, queste tre prospettive non si escludono – al contrario, dialogano continuamente. Un adolescente con difficoltà esecutive (biologico) e bassa supervisione familiare (sociale) che frequenta coetanei a rischio (psicologico) presenta molte più probabilità di mettere in atto comportamenti devianti.
Fattori di rischio per la devianza minorile
Il percorso verso la devianza non nasce da un unico elemento, ma dall’innesco di diverse condizioni potenzialmente sfavorevoli. Vediamole nel dettaglio.
1. Fattori individuali
A livello personale, il minore può avere:
- Predisposizioni neurobiologiche, quali ridotta attività della corteccia prefrontale che regola impulsi e pianificazione.
- Disturbi del comportamento, come ADHD o Disturbo della Condotta, che aumentano il rischio di aggressività e incapacità di rispettare le regole.
- Competenze sociali ed empatiche carenti, ossia difficoltà a decifrare segnali emotivi e a risolvere conflitti in modo non violento.
- Consumo precoce di sostanze, che altera ulteriormente il giudizio e l’autocontrollo.
Nel complesso, questi fattori rendono il ragazzo più vulnerabile: un’idea impulsiva può trasformarsi in un gesto violento o in un atto vandalico senza che vi sia un adeguato filtro razionale.
2. Fattori familiari
La famiglia è il primo ambiente di socializzazione: se qui mancano regole chiare o un clima di affetto, il rischio cresce. In particolare:
- Stili educativi disfunzionali, come la disciplina incoerente o eccessivamente punitiva, generano confusione e ribellione.
- Accoppiamento assortativo, cioè genitori con storia di devianza o abusi, normalizzano comportamenti illegali.
- Stress e disgregazione, quali separazioni, violenze o gravi difficoltà economiche, deprimono il benessere emotivo del minore.
Una supervisione salda ma affettuosa, al contrario, protegge: sapere che mamma e papà sono attenti, disponibili al dialogo e capaci di stabilire limiti equi riduce notevolmente la probabilità di trasgressioni.
3. Fattori ambientali e di comunità
Il contesto esterno fa il resto. Soprattutto in quartieri svantaggiati, il senso di insicurezza e la mancanza di opportunità portano a:
- Influenza del gruppo dei pari, dove il desiderio di appartenenza può spingere a compiere atti illegali per “farsi accettare”.
- Condizioni socio-economiche critiche, con elevati tassi di disoccupazione giovanile e scarse attività di aggregazione alternativa.
- Esposizione a media violenti o modelli devianti, che desensibilizzano e forniscono tecniche e giustificazioni all’atto deviante.
In questo scenario, costruire occasioni di ritrovo positive (centri giovanili, laboratori artistici, sport) diventa fondamentale per offrire vie alternative alla strada.

Segnali d’allarme: intercettare il disagio in anticipo
Spesso i primi indizi di un allontanamento dai valori condivisi sono sottili, ma rintracciabili se si osserva con cura:
- Una diminuzione repentina del rendimento scolastico e del desiderio di imparare.
- Presenza costante di assenze ingiustificate o ritardi prolungati.
- Isolamento crescente dalla famiglia o, al contrario, ricerca di compagnie “a rischio”.
- Piccoli furti, atti vandalici o aggressioni verbali che inizialmente possono sembrare “bravate”.
- Cambiamenti drammatici nell’umore, insonnia o alterazioni dell’appetito, spesso legati all’uso di sostanze.
Riconoscere e intervenire su questi segnali significa spesso prevenire l’evoluzione verso reati più gravi.
Strategie di prevenzione e intervento
Un approccio efficace è multilivello e coordinato fra famiglia, scuola, servizi sociali e terzo settore. Ecco alcune prassi consolidate:
- Potenziare le capacità individuali
- Attraverso training delle funzioni esecutive, con esercizi mirati a migliorare pianificazione, memoria di lavoro e autocontrollo.
- Con terapia cognitivo-comportamentale (CBT), per aiutare il giovane a riconoscere pensieri distorti e a sostituirli con modalità più adattive.
- Rafforzare la rete familiare
- Progetti di parent training, dove i genitori imparano tecniche di disciplina positiva, ascolto attivo e gestione delle crisi.
- Terapia familiare sistemica, per sciogliere i nodi relazionali e costruire nuovi equilibri emotivi.
- Coinvolgere la scuola e la comunità
- Programmi extracurriculari strutturati (sport, teatro, musica) che favoriscano il senso di appartenenza e la scoperta di talenti.
- Peer education e mentoring, affidando a giovani formati il compito di sostenere i coetanei in difficoltà.
- Collaborazioni scuola–servizi sociali, con protocolli di segnalazione e intervento precoce.
- Migliorare il territorio
- Interventi di rigenerazione urbana, per rendere sicuri e attraenti gli spazi pubblici.
- Laboratori di inclusione lavorativa, come tirocini formativi e borse lavoro, per offrire opportunità concrete di autonomia.
- Monitoraggio e valutazione
- Screening periodici negli istituti scolastici per intercettare precocemente il disagio.
- Valutazione d’impatto dei progetti tramite indicatori quali tassi di recidiva, miglioramenti comportamentali e grado di soddisfazione dei partecipanti.
Conclusioni
Contrastare la devianza minorile richiede uno sforzo condiviso: è fondamentale agire non solo sui comportamenti già manifesti, ma soprattutto sui fattori che li hanno generati. Solo attraverso interventi tempestivi, coordinati e orientati alle risorse di ciascun ragazzo—da quelle cognitive a quelle relazionali—potremo offrire ai nostri giovani reali alternative positive.
Per accedere alla tesina completa da cui è stato estratto tale articolo e fruire dei contenuti esclusivi integrali di AIPG premi sul pulsante sottostante per diventare associato.
