Suggestionabilità e memoria nella testimonianza del minore: una sfida per il contesto forense


- Posted by Giacomo Piperno
- Posted in Articoli Tesisti
*A cura di Irene Fiasconaro
Nel panorama giuridico e sociale contemporaneo, la devianza minorile rappresenta un campo di Nel panorama della psicologia giuridica contemporanea, la testimonianza del minore rappresenta uno degli ambiti più complessi e delicati da valutare, sia sotto il profilo giuridico sia clinico. La crescente consapevolezza circa il ruolo dei minori nei procedimenti giudiziari, spesso in veste di vittime oltre che testimoni, ha spinto ricercatori e professionisti ad approfondire il funzionamento della memoria infantile e il rischio di suggestionabilità nelle loro dichiarazioni. Comprendere questi meccanismi è essenziale per garantire un ascolto rispettoso, accurato e privo di condizionamenti.
La memoria del minore e il suo sviluppo
Contrariamente alla visione storica secondo cui i bambini sarebbero testimoni inaffidabili, oggi la scienza ha dimostrato che anche i più piccoli possono fornire resoconti accurati degli eventi vissuti. Tuttavia, la memoria infantile è soggetta a caratteristiche evolutive: nei primi anni di vita prevale una memoria implicita di tipo emotivo, che solo progressivamente lascia spazio a una memoria dichiarativa, verbale e consapevole. Il processo mnestico nei minori, inoltre, non è mai neutro, ma fortemente influenzato dal grado di coinvolgimento personale nell’evento, dal carico emotivo e dal contesto in cui l’informazione viene appresa, immagazzinata e rievocata.
La memoria non è una fotografia degli eventi, ma una costruzione narrativa: ricordare significa ricostruire. I bambini sono capaci di farlo, ma lo fanno all’interno delle loro possibilità cognitive, linguistiche ed emotive. Pertanto, l’accuratezza della loro testimonianza non dipende solo dal fatto che “ricordino”, ma da come ricordano, da quanto sono in grado di verbalizzare, e dal modo in cui sono stati ascoltati.
Suggestionabilità e rischio di falsi ricordi
Un fattore cruciale da tenere in considerazione durante l’ascolto del minore è la sua suggestionabilità, ossia la tendenza ad accogliere come vere informazioni fuorvianti o domande orientate provenienti dall’adulto. Tale vulnerabilità può essere indotta sia durante l’interrogatorio giudiziario, sia in fase pre-processuale, ad esempio nelle interazioni con familiari o operatori scolastici. L’esposizione a domande suggestive può generare contaminazioni nei ricordi, portando alla creazione di falsi ricordi, ovvero contenuti mnestici percepiti come autentici ma non corrispondenti alla realtà.
Numerosi studi, a partire dal paradigma della misinformazione, hanno dimostrato che i bambini possono integrare nei propri racconti informazioni che non hanno mai vissuto, ma che sono state suggerite implicitamente o esplicitamente da adulti autorevoli. Più il bambino è piccolo, più è suscettibile a questi meccanismi, anche a causa della difficoltà a distinguere tra fonte interna (esperienza vissuta) e fonte esterna (informazione suggerita). Tuttavia, ciò non significa che i bambini siano sempre suggestionabili: esistono fattori di protezione, come l’età, la maturazione cognitiva e l’adeguatezza del contesto comunicativo.
Trauma e memoria: un’interazione complessa
Molti minori coinvolti in procedimenti giudiziari sono anche vittime di traumi, quali abusi o maltrattamenti. In questi casi, la testimonianza diventa un processo doppiamente complesso, perché il trauma influenza il modo in cui l’evento è stato codificato e successivamente ricordato. La letteratura scientifica non fornisce una visione univoca: alcuni studi mostrano che i ricordi traumatici, in virtù della loro intensità emotiva, tendono a essere più duraturi e accurati; altri sostengono che lo stress e l’iperattivazione compromettano la memoria, specialmente nei dettagli periferici.
Il modello di Christianson, ad esempio, sostiene che in condizioni traumatiche l’attenzione si focalizza sui dettagli centrali dell’evento (es. la minaccia), a scapito delle informazioni accessorie. La teoria del “circuito della paura” di Foa, invece, mette in evidenza come le esperienze traumatiche generino schemi mnestici iper-sensibili che possono essere riattivati da stimoli associati. A livello evolutivo, la cosiddetta “memoria della sopravvivenza” (Nairne) evidenzia una predisposizione biologica a trattenere le informazioni con valore adattivo, come quelle legate al pericolo.
Questi meccanismi, sebbene comprensibili dal punto di vista psicologico, devono essere maneggiati con estrema cautela in ambito giudiziario: non si può infatti assumere a priori che un ricordo traumatico sia più o meno attendibile solo in base alla sua intensità emotiva.
Le tecniche per un ascolto non suggestivo
Per tutelare la genuinità della testimonianza del minore e ridurre al minimo il rischio di suggestionabilità, la comunità scientifica e forense ha sviluppato tecniche di intervista strutturate e protocolli operativi basati sull’evidenza. Tra queste:
- L’intervista cognitiva, che favorisce il richiamo spontaneo attraverso tecniche narrative e cambi di prospettiva;
- La Stepwise Interview, che procede per gradi, dalla narrazione libera alle domande specifiche, mantenendo un approccio neutro;
- Lo Statement Validity Assessment (SVA), utilizzato per valutare la coerenza e l’autenticità del resoconto;
- Strumenti come la Gudjonsson Suggestibility Scale (GSS) o il Bonn Test of Statement Suggestibility (BTSS), utili per valutare il grado di suggestionabilità del soggetto.
È fondamentale che questi strumenti vengano utilizzati da professionisti adeguatamente formati, con competenze non solo tecniche ma anche relazionali, capaci di adattare il linguaggio e la modalità comunicativa all’età e al vissuto del minore.
Una giustizia a misura di bambino
La riflessione teorica e metodologica sul tema della memoria e suggestionabilità del minore ha un chiaro obiettivo: promuovere una giustizia più equa e rispettosa, che sia realmente “a misura di bambino”, come raccomandato dalle Linee Guida del Consiglio d’Europa (2010). Questo implica, da un lato, il riconoscimento pieno del minore come soggetto competente, in grado di contribuire con la propria testimonianza; dall’altro, la necessità di strutturare l’intero processo d’ascolto sulla base delle sue caratteristiche evolutive e psicologiche.
Nel farlo, diventa imprescindibile una collaborazione costante tra diritto e psicologia, affinché l’ascolto del minore sia uno spazio protetto, neutro, competente. È necessario abbandonare approcci adultocentrici, che rischiano di distorcere il racconto del bambino, e favorire invece contesti di ascolto empatici, che riconoscano il peso emotivo e cognitivo dell’esperienza vissuta.
Conclusioni
La testimonianza del minore non può essere trattata come quella di un adulto. È un processo complesso, dinamico, influenzato da variabili neuropsicologiche, affettive e sociali. Comprendere i meccanismi della memoria in età evolutiva e i rischi legati alla suggestionabilità è oggi una competenza irrinunciabile per tutti i professionisti che operano nei contesti giudiziari. Solo così sarà possibile garantire al minore il diritto non solo ad essere ascoltato, ma ad essere ascoltato bene.
Per accedere alla tesina completa da cui è stato estratto tale articolo e fruire dei contenuti esclusivi integrali di AIPG premi sul pulsante sottostante per diventare associato.
