Riflessi dell’attaccamento disorganizzato nei minori maltrattati

Riflessi dell’attaccamento disorganizzato nei minori maltrattati
Giacomo Piperno

*A cura di Chiara Affaitati

La teoria dell’attaccamento può essere ad oggi considerata un modello fondamentale per comprendere una varietà di fenomeni clinici ed è proprio per la sua utilità scientifica che negli anni diversi autori hanno cercato di comprenderne i meccanismi. Fin dai primi anni del XX secolo, la complessa dinamica tra il bambino e il suo caregiver ha attirato l’attenzione della comunità scientifica, così da permettere lo sviluppo di numerose teorie, tra cui di particolare rilevanza le ipotesi derivanti dalla comunità psicoanalitica britannica e dai teorici dell’apprendimento sociale. Ciò nonostante, solo successivamente la teoria dell’attaccamento di Bowlby (Bowlby, 1989), influenzata dagli studi etologici di Lorenz e Harlow, ha messo in luce l’importanza del legame affettivo con la figura di riferimento, sottolineando come tale rapporto sia cruciale per lo sviluppo delle funzioni adattive primarie del bambino e costituisca la base fondamentale per la costruzione delle relazioni interpersonali in età adulta.

La teoria dell’attaccamento nell’abuso

La teoria dell’attaccamento di John Bowlby è attualmente considerata il modello teorico fondamentale per comprendere come la relazione primitiva tra un bambino e il caregiver influisca sullo sviluppo delle funzioni adattive essenziali.

Il concetto di “attaccamento” si riferisce a un insieme dinamico di comportamenti e atteggiamenti che favoriscono la creazione di un forte legame affettivo, il quale origina dall’interazione con il caregiver e si pone da base per la formazione delle relazioni interpersonali in età adulta.

Significativa influenza sullo sviluppo della teoria di Bowlby proviene dalle ricerche di Harlow riguardo agli effetti della privazione di cure materne nelle scimmie rhesus (Harlow, 1958). Nei suoi studi i cuccioli venivano separati dalle madri alla nascita e allevati da surrogati in forma di pupazzi in due diverse condizioni sperimentali: nella prima, il fantoccio era avvolto in un panno morbido e non forniva cibo, mentre nella seconda era di metallo ma forniva nutrimento. I risultati evidenziarono che, in situazioni di stress, le scimmie preferivano cercare comfort dalla “madre morbida“, dimostrando una chiara preferenza per il contatto rassicurante rispetto alla soddisfazione delle necessità alimentari, il che contraddiceva i presupposti fondamentali delle teorie psicoanalitiche sull’attaccamento. L’indagine della relazione madre-figlio in diverse specie ha quindi permesso a Bowlby di comprendere non solo le dinamiche che rafforzano tale legame, ma anche quelle che possono comprometterlo.

La teoria di Bowlby ha offerto un modello empirico cruciale per comprendere come il bambino venga influenzato dalla qualità delle relazioni di attaccamento, con ripercussioni significative sulla personalità e sulle proprie esperienze affettive.

L’attaccamento disorganizzato

In seguito a ulteriori ricerche condotte da Berkeley, Mary Main, Judith Salomon e Donna Weston, è stato identificato un nuovo tipo di attaccamento, noto come disorganizzato-disorientato. Questo tipo di attaccamento è particolarmente evidente in bambini che si trovano in situazioni ad alto rischio e che risultano “inclassificabili” secondo il sistema di categorizzazione di Ainsworth.

I minori affetti da questo schema mostrano comportamenti contraddittori: possono ad esempio indicare stati di disperazione durante l’assenza della madre, ma diventare silenziosi o addirittura ignari al momento del ricongiungimento, come anche richiedere il contatto fisico per poi rimanere immobili in uno stato di “freezing“. Tali comportamenti possono essere spiegati dall’attivazione simultanea di sistemi motivazionali contrastanti, spesso derivanti da interazioni abusive e ostili da parte del caregiver.

La disorganizzazione, correlata all’esperienza di paura che il bambino prova nei confronti della figura di attaccamento, genera così quello che viene definito un “paradosso irrisolvibile” (Liotti e Farina, 2011). In tale contesto, la figura di attaccamento diventa fonte di paura e di rassicurazione, creando un conflitto motivazionale nel minore, il quale desidera sia allontanarsi sia avvicinarsi, e che lo porta a una disorganizzazione delle proprie funzioni integrative della coscienza rendendo difficile sviluppare comportamenti e strategie coerenti (Berti e Bombi, 2018).

L’attaccamento disorganizzato

Un attaccamento disorganizzato può avere ripercussioni significative nell’età adulta, manifestandosi in difficoltà nelle relazioni interpersonali, in una scarsa capacità di regolare le emozioni e nello sviluppo di competenze metacognitive e di mentalizzazione. Tuttavia, nonostante la maggior parte dei bambini disorganizzati nel secondo anno di vita possa mostrare comportamenti disfunzionali, tra il terzo e il sesto anno tendono a adottare una certa forma di comportamento organizzato nei confronti del caregiver, sebbene in modo problematico. Ciò avviene attraverso l’uso di strategie controllanti, in cui il bambino sviluppa comportamenti organizzati per attirare e mantenere l’attenzione del caregiver.

L’adozione delle strategie controllanti presenta diversi vantaggi, come la coerenza dell’autopercezione e la condotta interpersonale, oltre all’accesso a competenze metacognitive, anche se a discapito della capacità di riconoscere e differenziare le proprie emozioni. È comune che emotività simili, in contesti diversi, possano attivare in modo inadeguato lo stesso sistema motivazionale, complicando la distinzione tra collera legata al rango e quella legata all’attaccamento, contribuendo così ai problemi comportamentali riscontrabili in bambini con attaccamenti disorganizzati.

Maltrattamento e abuso infantile

Una storia di sviluppo incentrata su un attaccamento disorganizzato, o traumatico, mantiene il soggetto all’interno di una condizione di continua minaccia da cui è impossibile sottrarsi o reagire efficacemente per neutralizzarla; ciò genera un senso di sfiducia e impotenza sia in sé sia nell’ambiente circostante provocando effetti cumulativi sullo sviluppo individuale del soggetto. La caratteristica prevalente all’interno di una storia di sviluppo traumatico fa riferimento alla presenza di forme di maltrattamento infantile, definito come ogni forma di abuso che determina o può determinare un danno alla salute del bambino, alla sua sopravvivenza o alla sua dignità, all’interno di un contesto di relazione di cura, affidamento o podestà.

Le diverse tipologie di abuso

Le forme di maltrattamento possono essere varie per cui è possibile distinguerle rispettivamente alla tipologia di danno e alle conseguenze sullo sviluppo del minore:

  • Abuso fisico: definito dalla presenza di lesioni fisiche non accidentali causate da un genitore o da altri adulti con funzioni di cura verso il bambino indipendentemente dall’intenzione di ferire (APA, 2013). Nel 1978 Kempe teorizza la cosiddetta “Battered-child Syndrome” cioè una condizione clinica che si verifica nei minori vittime di abusi fisici i quali possono causare ferite permanenti o morte. L’autore suggerisce di approfondire la sindrome ogni qual volta il bambino presenti evidenze di fratture ossee, ematoma, difficoltà di crescita, lividi ed edema, morte prematura o quando tali ferite sembrano presentarsi in modo ricorrente.
  • Abuso sessuale: definito da ogni atto che coinvolge il bambino allo scopo di fornire gratificazione sessuale a un genitore o ad altri adulti con funzioni di cura (APA, 2013).
  • Abuso emotivo o psicologico: definito da azioni non accidentali, verbali o simboliche, da parte di un genitore o altre figure di cura che generano o possono generare danno psicologico al bambino (APA, 2013).
  • Neglect: definito da atti significativi, confermati o sospetti, di omissione da parte dei genitori o di altro caregiver che priva il bambino dei bisogni di base relativi alla sua fase di sviluppo e che genera o può generare danni fisici o psicologici (APA, 2013).

Il ciclo dell’abuso

Il fenomeno del ciclo dell’abuso rappresenta una delle conseguenze più deleterie della trasmissione intergenerazionale del trauma infantile, per cui diventa fondamentale analizzare le dinamiche che legano vittimizzazione e perpetrazione così da comprendere come tali esperienze traumatiche si traducano in comportamenti devianti in età adulta.

il ciclo dell'abuso

Il ciclo di abuso è influenzato da diversi fattori di rischio che predispongono i soggetti a ripetere le esperienze traumatiche o a diventare essi stessi abusatori. Tra questi un elemento cruciale è la frequenza dell’abuso: gli individui che hanno vissuto forme di maltrattamento croniche, con un incremento di gravità delle stesse, possono sperimentare maggiori sensazioni di passività per cui più è profonda l’esperienza di mancanza di potere e controllo tanto più impatterà sulla sessualità del soggetto. Tale processo va ad aumentare la probabilità che la persona in età adulta ricercherà degli oggetti di desiderio più deboli, come i bambini, al fine di riconquistare quel potere perso e ristabilire il proprio senso di valore personale (Plummer & Cossins, 2018). Un altro aspetto significativo riguarda l’abuso perpetrato da figure con cui il soggetto ha una relazione di dipendenza, come un genitore. In tali casi la mancanza di potere e controllo già normalmente insita nell’abuso, viene incentivata dal senso di tradimento legato al ruolo della figura maltrattante.

In conclusione la dinamica che porta alcuni minori, vittime di abuso, a diventare a loro volta abusanti è particolarmente complessa e ritrova le proprie motivazioni nello sviluppo emotivo e comportamentale del bambino dove l’abuso si pone da ostacolo, impedendo la costruzione di relazioni sane e sicure su cui costruire un futuro appagante e funzionale. Diventa quindi di fondamentale importanza il riconoscimento dei fattori di rischio sin dall’infanzia e la messa in atto di azioni protettive sia da un punto di vista psicologico che legislativo, così da creare degli ambienti di sviluppo in cui i bambini possano crescere in modo consapevole e sicuro.

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