Processi trasformativi in CTU: ruoli e responsabilità


- Posted by Giacomo Piperno
- Posted in Articoli Tesisti
*A cura di Cristina Tardani
Quando le famiglie in crisi decidono di rivolgersi all’autorità giudiziaria per risolvere le proprie controversie, i figli minorenni diventano spesso l’oggetto di una contesa aspra e il vero campo di battaglia della coppia genitoriale. In questo scenario, i genitori tendono ad agire l’evento separativo attraverso una modalità altamente conflittuale, caratterizzata dal reciproco disconoscimento del valore dell’altro, demandando di fatto al sistema giuridico ogni scelta riguardante la prole. È in questo contesto che si inserisce la Consulenza Tecnica d’Ufficio (CTU), un istituto che, oltre a rappresentare un ambito di accertamento tecnico, può configurarsi come un campo relazionale dinamico. All’interno di tale spazio, le persone hanno la possibilità di riflettere sulle proprie modalità di interazione, confrontandosi sulle rispettive posizioni nel conflitto e aprendo la strada a una dimensione trasformativa che vada oltre la semplice diagnosi.
Negli ultimi anni, è emersa con forza l’idea che la CTU non debba limitarsi a “fotografare” staticamente le condizioni psicologiche di una famiglia in crisi. Al contrario, essa può facilitare l’avvio di un percorso progettuale che, in fase di chiusura, disegni un intervento mirato sulla coppia genitoriale e sui figli. Questo approccio riconosce che il sistema familiare non è un’entità immobile: le persone cambiano durante i mesi in cui si snoda la consulenza e l’interazione stessa con i professionisti ha un impatto inevitabile sulle dinamiche interne. L’attività dei consulenti — fatta di ascolto, osservazione e valutazione — costituisce già di per sé una prima forma di intervento sul sistema familiare, attivando una domanda di aiuto che attende di essere decifrata affinché la coppia possa ridefinire la propria responsabilità genitoriale.
Deontologia e Competenza dello Psicologo Giuridico
L’efficacia di una CTU trasformativa dipende in larga misura dalla competenza clinica e dalla solidità deontologica dello psicologo giuridico. Operando all’interno di una rete multidisciplinare volta alla protezione del minore, il professionista deve muoversi con estrema chiarezza tra i confini delle diverse competenze coinvolte. Una delle maggiori difficoltà risiede proprio nel rapporto con gli altri attori del sistema — avvocati, magistrati e colleghi — specialmente quando vi è scarsa conoscenza delle reciproche funzioni e dei doveri procedurali. Lo psicologo deve essere consapevole di operare in un ambito profondamente diverso da quello clinico tradizionale, dove le regole sono stabilite da un’altra disciplina e impongono una precisione metodologica necessaria per il confronto giudiziario.
Il mantenimento di un elevato livello di preparazione professionale è un obbligo, poiché il parere del consulente incide in modo decisivo sulla decisione del magistrato e, di conseguenza, sul destino delle persone coinvolte. Secondo le Linee Guida dell’A.I.P.G., lo psicologo è tenuto a un costante aggiornamento non solo nelle aree della psicologia clinica e dell’età evolutiva, ma anche sulle norme giuridiche che regolano l’attività forense. È fondamentale che il consulente utilizzi metodologie affidabili e riconosciute dalla comunità scientifica, rendendo espliciti i propri modelli teorici di riferimento per garantire la validità delle analisi e consentire un libero contraddittorio.
Un rischio ricorrente per il CTU è quello di subire condizionamenti, anche inconsci, da parte di chi gli ha conferito l’incarico, finendo per redigere relazioni “preconfezionate” che limitano il potere di indagine reale. Allo stesso modo, l’illusione della neutralità assoluta può essere fuorviante: il consulente deve saper stare “dentro la relazione” ma “fuori dalla famiglia”, mantenendo la specificità dei propri criteri di valutazione senza omologarsi acriticamente alla logica del diritto. Solo attraverso questa autonomia intellettuale è possibile dialogare efficacemente con tutte le parti, dai genitori agli avvocati, evitando di essere percepito come un giudice suppletivo o, peggio, come un persecutore.
L’Impatto della Riforma Cartabia e la Valutazione Relazionale
La recente Riforma Cartabia (Legge 206/2021) ha introdotto significative novità nel panorama della giustizia civile, con l’obiettivo di accelerare e semplificare i procedimenti riguardanti persone, minorenni e famiglie. Una delle innovazioni più rilevanti è l’istituzione di un rito unitario e la creazione di albi dei consulenti più specializzati, che ora includono categorie specifiche come la neuropsichiatria infantile e la psicologia dell’età evolutiva. La riforma ha inoltre stabilito che le valutazioni sulla personalità dei genitori siano limitate agli aspetti che incidono direttamente sulle capacità genitoriali, ponendo un forte accento sulla necessità di seguire protocolli scientificamente validati.
In questo quadro normativo, la valutazione dell’idoneità genitoriale non può limitarsi a colloqui individuali o test psicodiagnostici sui singoli membri. È necessario privilegiare l’osservazione della “famiglia in azione” (practicing family), valutando come i membri del sistema regolino reciprocamente le proprie interazioni. Uno strumento d’eccellenza in tal senso è il Lausanne Trilogue Play clinico (LTPc), una procedura standardizzata che mira a valutare l’alleanza familiare e il grado di coordinazione del nucleo nel portare a termine un compito condiviso.
Attraverso le quattro fasi del gioco previste dal LTPc — dove i genitori si alternano nei ruoli di partecipante attivo e osservatore — il clinico può osservare dinamiche che spesso rimangono sommerse nelle narrazioni verbali. Questo strumento permette di analizzare la capacità della diade genitoriale di sostenersi a vicenda o, al contrario, di ostacolarsi attraverso strategie competitive o distruttive. La transizione tra le fasi del gioco diventa una metafora delle transizioni quotidiane della famiglia separata, come il passaggio dei figli da un genitore all’altro. L’uso della videoregistrazione e del successivo video-feedback può avere una valenza trasformativa immediata, permettendo ai genitori di rivedersi e di iniziare a dare un senso nuovo ai comportamenti propri e dei figli.
Verso una CTU Trasformativa: Metodi e Finalità
La CTU assume una valenza trasformativa quando cessa di essere una semplice fotografia del conflitto e diventa un contenitore capace di stimolare riflessività riguardo al Sé e alla relazione con i figli. In questo “tempo sospeso” concesso dal giudice, la consulenza può promuovere un cambiamento nella lettura delle vicende familiari, proiettando i legami verso un futuro possibile e diverso dal presente. Sebbene questa visione non sia unanimemente condivisa — si pensi alle indicazioni del Tribunale di Milano che pongono l’accento sulla sola funzione valutativa — l’approccio trasformativo sostiene che l’aiuto alle funzioni genitoriali possa essere raggiunto proprio all’interno del sistema giuridico a cui la famiglia si è rivolta.
Per attivare questo processo “sartoriale”, il consulente deve adottare strumenti come l’ascolto non giudicante e la narrazione della storia emotiva della coppia. Raccontare l’intreccio dei legami aiuta i periziandi nel processo di soggettivazione, permettendo loro di comprendere che la propria verità non è l’unica possibile all’interno della storia familiare. Nelle situazioni di conflittualità cronica, la consulenza può così trasformarsi da campo di battaglia in luogo di riflessione, dove gli ex partner ricostruiscono insieme i significati del loro patto infranto.
La trasformabilità è un presupposto necessario non solo per la conoscenza del sistema, ma anche per l’azione del giudice. Una sentenza, per essere realmente efficace e non rimanere una disposizione sterile spesso boicottata dalle parti, deve fondarsi su un cambiamento relazionale già promosso durante la consulenza. Se i genitori dimostrano un potenziale trasformativo, possono essere coinvolti direttamente nel ridisegnare le modalità di affidamento, portando alla ratifica di accordi maturati consapevolmente.
Responsabilità Condivise e il Ruolo del Coordinatore Genitoriale
L’esito di una CTU trasformativa è strettamente legato alla collaborazione tra tutti i professionisti coinvolti. È necessario che CTU, consulenti di parte (CTP) e avvocati operino in un’ottica di rispetto reciproco e autonomia scientifica, evitando le logiche di fazione che alimentano le guerre legali. Gli avvocati, in particolare, hanno una grande responsabilità etica: dovrebbero saper rinunciare a strategie puramente belliche per favorire percorsi di mediazione o collaborazione, proteggendo i minori dall’impatto distruttivo di procedimenti giudiziari infiniti.
La Riforma Cartabia ha formalizzato in questo senso nuove possibilità di intervento, come la facoltà del giudice di nominare un consulente per facilitare la ricostruzione dei rapporti nei casi in cui un figlio rifiuti un genitore. Inoltre, è stata introdotta la figura del coordinatore genitoriale, un professionista che coadiuva il nucleo familiare nel superare i conflitti e nel migliorare la gestione quotidiana della prole. Questo strumento risponde all’esigenza primaria di “deconflittualizzare” i procedimenti, mettendo al centro i bisogni relazionali dei figli anziché il dolore per la fine del legame coniugale.
In conclusione, la sfida della psicologia giuridica moderna è quella di passare da una logica puramente psicodiagnostica a una di cura e trasformazione. Solo attraverso la costruzione di un “meta-contesto” psico-giuridico condiviso, dove gli operatori parlino un linguaggio comune e rispettino la dignità della storia familiare, la consulenza tecnica potrà realmente servire il superiore interesse del minore. I genitori possono tornare a essere protagonisti del loro cambiamento solo se aiutati a riscoprire una funzione generativa che sopravviva al terremoto della separazione.
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