Manipolazione mentale e sette

Manipolazione mentale e sette
Giacomo Piperno

*A cura di Valentina Scarpa

Il controllo mentale esercitato dalle organizzazioni settarie si basa, fondamentalmente, sul concetto di potere. Anche in questo caso, ricorre utile ricordare uno studio della psicologia sociale per comprendere alcuni effetti psicologici all’interno di un gruppo.

L’esperimento di Zimbardo: comportamento e appartenenza al gruppo

L’esperimento della prigione di Stanford di Zimbardo (1971) fu un esperimento psicologico volto a indagare il comportamento umano in una società in cui gli individui sono definiti soltanto dal gruppo di appartenenza.

L’esperimento, per ricordarlo, prevedeva l’assegnazione casuale ai volontari dei ruoli di guardie e prigionieri all’interno di un carcere simulato. I risultati ebbero dei risvolti così drammatici da indurre gli autori dello studio a sospendere la sperimentazione. I 24 partecipanti erano studenti maschi statunitensi, principalmente bianchi e appartenenti al ceto medio, selezionati dai ricercatori in base alle risposte ad un questionario e risultanti fra i più equilibrati, maturi, e meno attratti da comportamenti devianti. Vennero enfatizzate, comprensibilmente, le variabili fra i gruppi, ponendo entrambi in una condizione di deindividuazione. Dopo solo due giorni, si verificarono i primi episodi di violenza. Al quinto giorno i prigionieri mostrarono sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva: il loro comportamento era docile e passivo, il loro rapporto con la realtà appariva compromesso da seri disturbi emotivi, mentre per contro le guardie continuavano a comportarsi in modo vessatorio e sadico, portando, quindi, a un’interruzione dell’esperimento sociale.

L’esperimento di Zimbardo: comportamento e appartenenza al gruppo

Assumere una funzione di controllo sugli altri nell’ambito di una istituzione come quella del carcere (o come quella di una setta), assumere cioè un ruolo istituzionale, induce ad assumere le norme e le regole dell’istituzione come unico valore a cui il comportamento deve adeguarsi. Il processo di deindividuazione induce una perdita di responsabilità personale, ovvero la ridotta considerazione delle conseguenze delle proprie azioni, indebolisce i controlli basati sul senso di colpa, la vergogna, la paura, così come quelli che inibiscono l’espressione di comportamenti distruttivi.

La deindividuazione implica perciò una diminuita consapevolezza di sé, e un’aumentata identificazione e sensitività agli scopi e alle azioni intraprese dal gruppo: l’individuo pensa, in altri termini, che le proprie azioni facciano parte di quelle compiute dal gruppo.

Dinamiche psicologiche nell’organizzazione settaria: dall’allontanamento alla manipolazione mentale

Allo stesso modo, si attivano tali dinamiche all’interno di un’organizzazione settaria, ove l’identità di gruppo sembra prendere il sopravvento su quella individuale.

Una delle strategie messe in atto dai leader e dai rispettivi seguaci, risulta essere, in primis, l’allontanamento, non visibile, dell’individuo dalla società; esso consiste, a livello pratico, nella denigrazione di tutti i rapporti affettivi che l’individuo vive al di fuori dell’organizzazione settaria e di tutti i valori trasmessi dalla società, che vengono sminuiti e svalutati, unitamente a tutti i ricordi e le esperienze di vita avute fino all’ingresso nella setta.

Dinamiche psicologiche nell’organizzazione settaria: dall’allontanamento alla manipolazione mentale

Viene, talvolta, vietato di parlare con i familiari della setta stessa e l’obbedienza alla regola del segreto è assicurata dalla consapevolezza dell’adepto di praticare dei rituali mal visti dall’opinione pubblica, che potrebbero, quindi, essere usati contro di lui attraverso ricatti e minacce, nel caso, il nuovo membro palesasse l’intenzione di voler abbandonare il gruppo.

Una volta completata la conversione, la persona diventa affiliata ed entra in contatto diretto con la realtà della setta e, quindi, viene sottoposto sistematicamente ad una sorta di vera e propria manipolazione mentale.

Il Modello BITE di Steven Hassan

Steven Hassan individua quattro elementi fondamentali del controllo mentale messo in atto nei gruppi settari distruttivi:

  1. Controllo del comportamento
  2. Controllo del pensiero
  3. Controllo delle emozioni
  4. Controllo delle informazioni

Tali elementi creano, secondo Hassan, il Modello BITE, Behavior, Information, Thoughs, Emotions.

Le tecniche di controllo mentale hanno la loro base in queste quattro componenti che, se attuate insieme, hanno come conseguenza il condizionamento profondo dell’identità della persona.

La base teorica di queste componenti risiede nella teoria della dissonanza cognitiva (Festinger), in base alla quale vi è una spinta degli individui verso la coerenza interna, che fa tendere a raccordare insieme in modo armonico pensieri, comportamenti ed emozioni e a modificare o eliminare idee, sentimenti e azioni che non si raccordano nell’insieme.

Controllo del comportamento (B – Behavior)

Il controllo del comportamento riguarda tutto ciò che l’individuo fa: dall’abbigliamento al tipo di lavoro, dalle abitudini quotidiane al modo di muoversi o di esprimersi. Afferma Festinger: “Se cambiate il comportamento di una persona, cambieranno di conseguenza anche i suoi pensieri, i suoi sentimenti e ciò al fine di minimizzare la dissonanza cognitiva che si è venuta a creare” (Hassan, p. 94). Questa modalità può essere esercitata in modo coercitivo imponendo rigidi e ripetitivi programmi di vita o dei clichè comportamentali che diventano il segno distintivo del gruppo: come il tipo di abito (gli Arancioni), modalità particolari di saluto, di sedersi, di gesticolare e così via. I leader di questi gruppi sanno benissimo che non è possibile, per lo meno all’inizio, controllare il pensiero degli individui, ma dal momento che il comportamento è visibile, rimane ovviamente l’oggetto più controllabile. In molti gruppi è presente una serie di comportamenti stereotipati, ripetitivi, quasi manierati che finiscono per costituire una seconda-falsa-identità.

Controllo dell’informazione (I – Information).

Un’informazione aperta e corretta è l’unico modo per avere una visione più completa e valida della realtà: pertanto il controllo dell’informazione è una parte importante del controllo della mente. Il controllo dell’informazione può avvenire con 3 modalità diverse:

  1. La prima, presente nei culti più chiusi e totalitari, è una carenza totale di informazione che si attua, spesso, con metodi brutali.
  2. Una seconda modalità è la squalifica, sempre e comunque, di qualsiasi informazione esterna che entri in collisione con la teoria e la verità del gruppo.
  3. Una terza, più subdola, è quella di inondare, inflazionare gli adepti con informazioni, tutte provenienti dal capo o dalla cerchia ristretta dei consiglieri, mediante la produzione di video, libri, riviste o materiale di altro genere. Informazione che finisce per occupare tutto il tempo degli adepti, rendendo impossibile qualsiasi altra informazione.

Infatti essendo queste informazioni spesso argomento di discussione, nessuno vuole farsi trovare…disinformato. Per esempio Jim Jones, creatore di JonesTown e del Tempio del Popolo mandava negli altoparlanti sparsi per la cittadina, continui messaggi con la sua voce, strutturati con una cadenza fonologica da risultare quasi ipnotica.

Controllo del pensiero (T – Thoughs).

“[…] Nei culti totalitari, l’ideologia interiorizzata come la “verità”, è l’unica e autentica “mappa” della realtà. La dottrina serve non solo a filtrare le osservazioni in entrata, ma indica anche il modo in cui elaborarle. Generalmente si tratta di dottrine assolutistiche che dividono ogni cosa in “bianco o nero”, “noi o loro”.

Tutto ciò che è buono si incarna nel leader e nel suo gruppo. Tutto ciò che è cattivo è nel mondo esterno.

I gruppi più totalitari dichiarano che la loro dottrina è stata scientificamente dimostrata. La dottrina sostiene di poter esaudire tutte le domande, di rispondere a tutti i problemi e a tutte le situazioni. Un affiliato non ha bisogno di pensare con la sua testa, dal momento che la dottrina pensa per lui.

Controllo del pensiero (T - Thoughs).

Molti gruppi condensano situazioni complesse, danno loro una etichetta e le trasformano in clichè di gruppo. Questa etichetta che altro non è che l’espressione verbale del gergo interno, governa il modo di pensare di ogni singolo individuo quale che sia il contesto in cui si trova. Nei Mounisti, ad esempio, ogniqualvolta hai difficoltà ad entrare in rapporto con qualcuno si dice che hai un “problema Caino-Abele” non importa chi ne sia coinvolto e quale possa essere il problema; esso è semplicemente il “problema Caino-Abele”. Il termine stesso indica la soluzione del problema. Caino deve ubbidire ad Abele, e seguirlo piuttosto che ucciderlo come è scritto nell’Antico Testamento. Caso chiuso. Pensarla in modo diverso significherebbe sottostare al volere di Satana, che vuole vedere Caino, il cattivo, prevalere su Abele, il giusto. Nella testa di un bravo affiliato, l’eventuale giudizio critico sul comportamento sbagliato di un leader, non può oltrepassare questa barriera…” (S. Hassan).

L’autore, S. Hassan, è un grande esperto del settore relativo alla comprensione fenomenologica delle organizzazioni settarie, non solo perché è stato a suo tempo un adepto e, quindi, ben conosce le metodiche delle sette, ma è perché oggi è un affermato terapeuta per l’Exit Counseling, per la quale si intende un percorso clinico riabilitativo, con l’obiettivo di recuperare l’identità del singolo e le sue risorse, aiutandolo a uscire, non solo fisicamente, ma anche mentalmente ed emotivamente dall’appartenenza a un’organizzazione settaria. In altri gruppi si usano termini e teorie che pretendono di avere connotazioni più scientifiche, ma che finiscono sempre per sortire lo stesso effetto.

Spiegare la complessità con poche parole: semplicità che i seguaci scambiano per profondità.

Il linguaggio può essere esoterico o misterioso, e serve non solo a coprire la mancanza di un valido pensiero, ma anche a mantenere la coesione del gruppo nell’ossequio di un gergo incomprensibile, ma anche a confondere i nuovi arrivati che inutilmente si sforzeranno di comprendere e che considerano questa incomprensione come prova della profondità del pensiero, e come necessità per loro di studiare e approfondire i “testi sacri”.

Una ulteriore tecnica di controllo del pensiero riguarda le critiche degli esterni al gruppo, critiche che verranno bollate come falsità, negazione (invidia) o distruttività. Anzi le critiche, che spesso sono artificialmente e deliberatamente provocate, vengono utilizzate per far sì che il gruppo si senta perseguitato, ma questa “perseguitazione” supporta ulteriormente la verità e l’importanza della loro teoria (Mussolini soleva dire, molto più semplicemente, “molti nemici, molto onore”).

Controllo delle emozioni (E – Emotions).

Il controllo delle emozioni avviene prevalentemente suscitando sensi di colpa e paura, ma anche proponendo che la felicità e il benessere sono raggiungibili solo all’interno del gruppo.

“[…] Le persone sono sempre tenute in tensione: dapprima lodate e subito dopo insultate. […] Si tratta in sostanza di indurre una vera e propria reazione di panico alla sola idea di abbandonare il gruppo. Ai seguaci viene detto che allorquando dovessero lasciare il gruppo si ritroveranno soli e sperduti, indifesi e incapaci a fronteggiare una realtà da incubo: impazziranno, finiranno per drogarsi o si suicideranno. Quando i leader di un culto dichiarano che ‘i seguaci sono liberi di andarsene quando desiderano: la porta è sempre aperta’, danno l’impressione che i loro affiliati siano completamente liberi e che se restano lo fanno per loro libera scelta. In realtà essi non hanno alcuna reale possibilità di scegliere, dal momento che sono stati condizionati ad avere una paura fobica del mondo esterno. Le fobie indotte eliminano a livello psicologico la libera scelta di abbandonare il gruppo per il solo fatto di essere infelici o perché si ha il desiderio di fare qualche altra cosa. Se un gruppo riesce ad avere pieno controllo sulle emozioni di una persona, riuscirà a controllarne anche pensieri e azioni” (S. Hassan).

Si vuole, inoltre, specificare come il linguaggio usato sia nella comunicazione che negli scritti, a volte può essere oscuro ed incomprensibile, molto più spesso invece è di una semplicità disarmante simile a quella degli sport pubblicitari, che ripetuti all’infinito, hanno un potere ipnotico oltre che un impatto psicologico rilevante dal momento che utilizzano il principio “del minimo sforzo mentale” da parte delle persone: rendere accessibili e semplici tematiche complesse che spesso non hanno univoche risposte. Definito “linguaggio del non pensiero”, è quello che possiamo vedere utilizzato da tanti predicatori televisivi, che sembrano riscuotere anche un buon successo. Tutte queste modalità possono essere usate in vario modo: parzialmente, tutte insieme, molto più spesso sono usate in maniera progressiva. Comunque, anche quando le tematiche centrali delle sette diversificano, le tecniche utilizzate invece sono sempre uguali: il che ci porta ad affermare che se un gruppo utilizza queste dinamiche, questo gruppo può definirsi una setta. Per accedere alla tesina completa da cui è stato estratto tale articolo e fruire dei contenuti esclusivi integrali di AIPG, diventa associato cliccando sul seguente link: https://aipgitalia.org/modalita-di-iscrizione/

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