La Fenomenologia dell’Omicidio Seriale: Tra Criminologia, Psicopatologia e Imputabilità

La Fenomenologia dell’Omicidio Seriale: Tra Criminologia, Psicopatologia e Imputabilità
Giacomo Piperno

*A cura di Giuseppe Storniolo

Il termine “serial killer” è entrato nel lessico comune con una rapidità disarmante, spesso veicolato da narrazioni mediatiche che ne hanno romanzato i tratti, talvolta oscurando la complessità clinica e giuridica del fenomeno. Sebbene la figura dell’assassino seriale sia esistita lungo tutto il corso della storia umana, la sua definizione scientifica è relativamente recente, risalendo agli inizi degli anni ’80 quando gli agenti dell’F.B.I. coniarono questa espressione per distinguere tali soggetti dai cosiddetti “mass murderer” o “spree killer”. Mentre l’assassino di massa consuma il proprio delitto in un unico evento spazio-temporale e lo “spree killer” agisce in modo compulsivo in tempi brevi, il serial killer si caratterizza per l’omicidio di più persone, generalmente più di due, in luoghi e tempi diversi, spesso con un intervallo di raffreddamento emozionale e un movente che, sebbene non immediatamente chiaro, affonda quasi sempre le proprie radici in uno sfondo sessuale o di potere.

Indagare la mente di un serial killer significa addentrarsi in un labirinto di variabili individuali, sociali e relazionali che si intrecciano in modo indissolubile. Secondo la prospettiva sistemico-relazionale, ogni comportamento deviante non è mai un evento isolato, ma il prodotto di un’influenza costante dei sistemi in cui il soggetto è inserito, a partire dalla famiglia di provenienza e dal sistema di pensiero genitoriale. In questa sede, analizzeremo le dinamiche psicologiche che sottendono all’agire seriale, le tecniche investigative d’avanguardia come il profilo psicologico e l’annosa questione dell’imputabilità penale, cercando di far luce sulla distinzione tra la ferocia del crimine e la reale capacità di intendere e di volere dell’autore.

La Genesi del Male: Meccanismi Psicologici e Differenze di Genere

La letteratura criminologica moderna suggerisce che il comportamento omicidiario seriale sia la risultante di tre fattori cardine: la componente individuale, il contesto socio-ambientale e la dinamica relazionale. Questi elementi si manifestano con intensità variabile, determinando diverse modalità di pianificazione che spaziano dall’organizzazione assoluta e meticolosa del rituale alla totale assenza di struttura, tipica dei soggetti più disorganizzati e psicotici.

Un aspetto di particolare interesse scientifico riguarda la marcata differenziazione tra l’omicidio seriale maschile e quello femminile. Statisticamente, l’uomo tende a essere più aggressivo e predilige un contatto fisico stretto con la vittima, utilizzando armi da taglio o lo strangolamento. Il profilo “ideale” delineato dall’F.B.I. identifica spesso un uomo bianco, intorno ai trent’anni, cresciuto in famiglie in apparenza normali ma profondamente disfunzionali, dove la figura materna è stata dominante o castrante e dove sono presenti vissuti di maltrattamenti o abusi sessuali infantili. Tali soggetti presentano spesso quella che Keniston definisce “sindrome dell’alienazione”, caratterizzata da una profonda sfiducia nel futuro, pessimismo, ostilità verso la società e una cronica incapacità di instaurare relazioni interpersonali sane, rifugiandosi in un mondo immaginario popolato da fantasie di potere e dominio.

Di contro, le donne serial killer rappresentano una percentuale ridotta, stimata tra il 5% e il 15%, e presentano modalità d’azione radicalmente differenti. Esse raramente infieriscono sul cadavere o praticano il cannibalismo, preferendo l’uso di sostanze venefiche, armi silenziose che evitano il contatto diretto e invertono simbolicamente il ruolo materno di “donatrici di nutrimento” in “dispensatrici di morte”. Le classificazioni proposte da Kelleher & Kelleher identificano figure come la “Vedova Nera”, spinta da moventi economici, l'”Angelo della Morte”, che uccide persone affidate alle sue cure, o la donna che uccide in coppia, spesso plagiata da un partner sadico e dominante. In casi specifici, l’aggressività materna può sfociare in sindromi come quella di Munchausen per procura o nel Complesso di Medea, dove la prole diventa lo strumento per scaricare tensioni relazionali o per ottenere l’attenzione e la simpatia del corpo medico e della comunità.

L’Investigazione Scientifica: Dal Profilo Psicologico all’U.A.C.V.

L’evoluzione delle tecniche investigative ha permesso di affrontare il crimine seriale non più solo attraverso prove materiali, ma mediante l’analisi del comportamento. Il profilo psicologico, nato negli Stati Uniti e perfezionato dall’F.B.I., si basa sul presupposto che la scena del crimine rifletta la personalità dell’autore. Il procedimento si articola in fasi rigorose che includono la valutazione della vittima, l’analisi dei luoghi e del percorso del crimine, lo studio dell’attività sulla vittima e la stesura finale di un profilo che delinea le caratteristiche socio-demografiche e comportamentali del sospettato.

In Italia, l’eccellenza in questo campo è rappresentata dall’Unità per l’Analisi del Crimine Violento (U.A.C.V.), istituita nel 1995 sul modello della Behavioural Science Unit americana. L’U.A.C.V. integra competenze multidisciplinari, unendo investigatori esperti, medici legali, psichiatri forensi e psicologi in un approccio armonico alla scena del crimine. Fondamentale in questo contesto è il Sistema per l’Analisi della Scena del Crimine (S.A.S.C.), uno strumento multimediale avanzato capace di gestire enormi quantità di informazioni e individuare correlazioni fra episodi distinti, permettendo di collegare omicidi che all’apparenza sembrano isolati.

Il Nodo dell’Imputabilità: Psicopatologia e Codice Penale

Uno dei dibattiti più accesi in ambito forense riguarda la presunta malattia mentale dei serial killer. Sebbene la brutalità dei loro atti porti istintivamente a pensare alla follia, la psichiatria e la criminologia distinguono nettamente tra disturbi della personalità e psicosi conclamate. Autori come Ponti e Fornari sostengono che molti di questi soggetti siano pienamente capaci di intendere e di volere, agendo per il piacere che l’atto stesso esercita su di loro, mentre altri psichiatri riconducono la serialità a quadri di schizofrenia paranoide o a gravi deliri mistico-persecutori.

Statisticamente, tra i serial killer si riscontrano frequentemente il Disturbo Antisociale di Personalità, caratterizzato da un totale disprezzo per i diritti altrui e assenza di rimorso, il Disturbo Borderline e il Narcisismo patologico, con il suo pervasivo senso di grandiosità e mancanza di empatia. Nei casi più gravi, la psicopatia si manifesta come una violenza fredda e predatoria, ben pianificata e priva di emozioni. Tuttavia, la schizofrenia rimane la patologia con la più alta potenzialità criminogenetica, potendo scatenare omicidi impulsivi o reattivi a esperienze allucinatorie, dove il soggetto vede nella vittima un persecutore da eliminare per difesa.

Per il diritto italiano, l’imputabilità è definita dall’art. 85 del codice penale come la capacità di intendere e di volere al momento del fatto. La “capacità di intendere” è l’idoneità del soggetto a comprendere il valore delle proprie azioni, mentre la “capacità di volere” è l’attitudine ad autodeterminarsi resistendo agli stimoli esterni. Il legislatore distingue tra vizio totale di mente, che esclude l’imputabilità, e vizio parziale, dove la pena è ridotta ma la responsabilità rimane. È cruciale sottolineare che disturbi del carattere, perversioni o sadismo non sono considerati dalla giurisprudenza dominante come infermità idonee a ridurre la capacità di intendere e di volere, bensì come varianti abnormi della personalità.

La Perizia Psichiatrica e la Responsabilità dell’Esperto

La figura del perito psichiatrico diventa dunque il ponte tra la scienza medica e la decisione del giudice. Compito dell’esperto non è giudicare, ma fornire gli strumenti tecnici per stabilire se l’imputato fosse cosciente al momento del reato. In caso di omicidi seriali, il perito deve analizzare non solo i singoli atti, ma l’intera serie omicidiaria per comprendere se vi sia una concatenazione delirante o una lucida pianificazione. È necessario evitare la tentazione di patologizzare a tutti i costi la condotta: non chiunque commetta crimini atroci è necessariamente incapace.

In conclusione, il serial killer non è un “mostro” soprannaturale, ma una persona la cui biografia è spesso segnata da traumi precoci, solitudine ed emarginazione, dove la violenza subita si trasforma tragicamente in violenza agita. Sebbene la società invochi spesso pene esemplari parlando di “follia”, la realtà giudiziaria ci restituisce soggetti che, specie se organizzati, dimostrano una consapevolezza tale da renderli pienamente imputabili. La sfida per la psicologia giuridica rimane quella di penetrare queste dinamiche interne, disvelando il “perché” dietro l’orrore per permettere un giudizio che sia, al tempo stesso, scientificamente rigoroso e legalmente equo.

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