Figura genitoriale paterna e danno da deprivazione

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Giacomo Piperno

*A cura di Alessandro Cerroni

“Il bambino si costruisce un modello interno di se stesso in base a come ci si è presi cura di lui”

 John Bowlby

I profondi mutamenti socio demografici, che hanno investito l’Occidente dal Diciottesimo al Ventesimo secolo, hanno generato cambiamenti e trasformazioni nelle strutture familiari che fino allora erano rimaste in una dimensione preordinata in quanto concepite come “biologiche”. In particolare il ruolo della figura paterna è stato ed è tuttora oggetto di una profonda riorganizzazione legata al bisogno di adattamento alle trasformazioni ambientali che percorrono le società contemporanee. E’ venuto meno il controllo della comunità e della parentela rispetto alla scelta del coniuge, ciò ha consentito l’affermazione del matrimonio basato sulla libera scelta di amore e di attrazione e dunque si sono modificati i rapporti tra i coniugi. La differenza di età tra moglie e marito, un tempo necessaria per garantire una dimensione di controllo dell’uomo sulla donna e del padre sui figli, appare oggi superata. Inoltre i cambiamenti legati alle scelte riproduttive hanno portato ad avere meno figli ed un maggior quantitativo di risorse materiali e di tempo, determinando modificazioni interne alla coppia anche nella dimensione comunicativa.

La figura paterna

Studi sociologici dimostrano che “il padre” ha smarrito l’originaria cornice di autoritarismo e posizione per rincorrere e ricreare un altro modello di paternità più vicina al mondo degli affetti e delle relazioni e meno all’aspetto di potere. Si è passati dalla figura del padre padrone, normativo e lontano dai bisogni fisici ed emotivi dei figli, ai cosiddetti “padri partecipanti” desiderosi di creare una relazione fondata sull’affettività e sulla condivisione (Andolfi, 2001). Questi rivendicano sempre maggiore spazio nell’accudimento, nella cura e nella vita familiare già dalle prime fasi. Propongono una genitorialità maschile inusuale rispetto a quella tradizionale ereditata dal femminismo e dall’ antiautoritarismo degli anni Sessanta. Appare evidente la discontinuità rispetto ai padri di un tempo: uomini emotivamente difesi che vivevano la loro vita sociale lontano dal nucleo familiare delegando alle mogli il governo materiale ed affettivo della casa. Questi entravano nella relazione con i figli tardivamente, portando i limiti e le regole di una convivenza basata su una forte separazione tra i sessi. Questo passaggio determina sempre più la figura di un uomo-marito-padre in crisi in quanto non più protetto dal rinforzo sociale del ruolo, ma spiazzato dai cambiamenti di emancipazione della donna e dal venir meno di un principio di imposizione di regole e autorità. Al di là dei mutamenti socio-culturali il ruolo psicologico del padre resta quello di proporre ai figli una relazione affettiva attraverso le funzioni adulte riuscendo ad essere interlocutore attivo nella complessa dinamica di svincolo, caratterizzata da un sano conflitto per la strutturazione della personalità e della crescita psicologica. La figura del padre dovrebbe essere capace di creare un clima di protezione, di infondere fiducia e sicurezza, di saper tenere e contenere, di esercitare un ruolo normativo e strutturante. Può rappresentare un attore meno coinvolto rispetto alla madre, ma competente nel tenere insieme la gestione del conflitto ed il legame d’amore indispensabili nel consentire lo svincolo adolescenziale nel quadro di una crescita quanto più armonica. All’interno del ciclo vitale sicuramente l’adolescenza rappresenta la fase in cui la funzione paterna esercita un compito vivificante in grado di favorire la nascita sociale dei figli sostenendo attraverso la frustrazione un’organizzazione del pensiero e delle prove di realtà, strumenti necessari per un processo di separazione e autonomia.

Prospettiva psicoanalitica classica

Secondo il modello psicoanalitico classico il bambino incontra la figura paterna nello stadio del complesso edipico, dove dovrà gestire il sentimento di amore rivolto alla madre al cospetto del padre e delle angosce che questo gli provoca. Il padre viene usato dal bambino come un prototipo di coscienza, egli infatti introietta il padre che conosce e cerca di venire a patti con lui. Il bambino in qualche misura rinuncia alla capacità istintuale negando il desiderio di fusionalità con la madre che precedentemente voleva. Ricerca a questo punto oggetti di amore diversi rispetto alla madre e che in qualche modo siano meno coinvolti col padre. Ciò gli consente di stabilire con questo un patto “omosessuale”, così che la sua potenza diventi non riferita a se stesso bensì, attraverso l’identificazione, una nuova espressione della potenza del genitore che è stata introiettata ed adottata. Tutto quanto si trova nella mente del bambino ad un livello inconscio e non è disponibile per un’espressione conscia immediata. L’identificazione col padre o con la figura paterna consente al bambino di acquisire potenza per procura, è una potenza posticipata che può essere ritrovata al momento della pubertà. Ogni bambino deve affrontare tutta una serie di problemi nel rapporto con i genitori in particolare da questo punto di vista il padre deve essere pronto a sostenere il suo ruolo con il figlio riuscendo a comprenderlo in una dimensione di empatia. Ciò è possibile per un genitore che sia stato a sua volta figlio e che abbia avuto un’esperienza felice col proprio padre. Per la Psicoanalisi questo ruolo risulta di particolare importanza nei processi legati alla elaborazione del complesso edipico, allo sviluppo dell’identità sessuale ed all’interiorizzazione di un codice etico per sviluppo del Super Io.

Attaccamento e funzione paterna

Se la Psicoanalisi classica sembra non attribuire al padre grande rilevanza prima del periodo edipico, la Teoria dell’Attaccamento d’altro canto affronta il problema delle funzioni genitoriali da un’altra prospettiva che pur integrando la Teoria Psicoanalitica mutua dall’Etologia nuove convinzioni. Secondo questi i comportamenti genitoriali sarebbero schemi di origine biologica finalizzati alla sopravvivenza dell’individuo e della prole. La Teoria dell’Attaccamento sostiene che l’essere umano sviluppa una tendenza innata a creare legami significativi con figure genitoriali primarie. Tali relazioni di attaccamento si produrrebbero a partire dal primo anno di vita e non sarebbero legate a desideri di natura sessuale, quanto alla soddisfazione di un bisogno di protezione e sicurezza nei confronti dei pericoli esterni. Le figure di attaccamento sarebbero diverse, rompendo per cui il “monismo”esclusivo della diade madre-bambino. Anche la figura del padre pertanto farebbe la sua comparsa tra le figure di attaccamento. Le relazioni con queste figure significative strutturano nel bambino quelli che Bowlby definisce Internal Working Model, modelli operativi interni che condensano le rappresentazioni che il bambino ha delle figure di attaccamento e del mondo così come delle relazioni che li legano. Questi modelli operativi interni si formano precocemente e vengono utilizzati per tutta la vita nel rapportarsi con il mondo esterno. Secondo Bowlby sono multipli poiché legati alle diverse figure di attaccamento e sarebbero caratterizzati da specifiche funzioni cognitive coinvolgendo differenti sistemi di memoria. Non tutte le relazioni, anche se significative, possono considerarsi di attaccamento. Perché siano tali Bowlby sostiene che debbano presentare tre caratteristiche principali:

– ricerca della vicinanza tra la persona attaccata e la persona che offre attaccamento;

– protesta per la separazione ovvero quell’insieme di comportamenti messi in atto dal bambino quando si sente in pericolo perché avverte che la relazione di attaccamento non è più garantita; – “base sicura” ossia la particolare atmosfera di sicurezza e fiducia che si instaura tra la figura attaccata e la figura di attaccamento.

Ciò consente al bambino ed all’adolescente di esplorare il mondo esterno in modo sicuro potendo ritrovare una relazione di protezione che consente però allo stesso tempo un percorso di graduale indipendenza. Il padre sembra pertanto chiamato a guidare il processo di emancipazione attraverso un graduale riconoscimento delle emozioni del figlio ed un intenso accoglimento delle stesse al fine di realizzare lo svincolo dall’orbita genitoriale.

Assenza della figura paterna

Il gioco rappresenta un grande veicolo di informazione, di contenimento del padre nei confronti del figlio che richiede presenza, tempo, stabilità e costanza. I bambini esprimono i loro bisogni sia all’uno che all’altro genitore ed il soddisfacimento di questi è in un rapporto dinamico e circolare tra di loro, determinando relazioni e strategie differenziate di scambio affettivo con ciascuno dei genitori. Il ruolo di gregario cui spesso viene designato il padre, soprattutto nelle fasi primarie dello sviluppo del bambino, appare oggi superato tenendo anche in considerazione le problematicità cui rimanda l’assenza della figura paterna nelle varie fasi di sviluppo del figlio. Pertanto risulta sempre più importante porre l’accento su quelle che possono essere le conseguenze di un processo deprivativo a carico del minore. Per Donald Winnicott la deprivazione comporta nel minore una rottura a livello psicologico che coinvolge la struttura ambientale che lo circonda producendo ripercussioni sullo sviluppo emozionale. Si assiste allo strutturarsi di un’organizzazione difensiva basata su una regressione verso fasi precedenti dello sviluppo emozionale che siano state più soddisfacenti di altre o uno stato di introversione patologica. Winnicott ancora sottolinea come un bambino diventa deprivato quando gli vengano a mancare certe caratteristiche essenziali della vita familiare e pertanto non ultima la presenza del padre. Si manifesta allora quello che egli definisce come “complesso di privazione” la cui diretta conseguenza è il sorgere di una tendenza antisociale. E’ proprio la manifestazione di questa che obbliga qualcuno ad occuparsi di lui e dunque attraverso il manifestarsi di una pulsione inconscia il bambino cerca di mettere riparo, sia pur in modo disattivo, a quello che vive come un lutto irreparabile. La presenza di una tendenza antisociale racconta di come il bambino sia andato incontro ad una deprivazione e non ad una semplice privazione.

Conseguenze della deprivazione paterna

La deprivazione della figura paterna può comportare una serie complessa di conseguenze che afferiscono alle seguenti categorie: autostima ed adattamento personale, comportamento impulsivo ed antisociale, difficoltà nei rapporti interpersonali e psicopatologia.

Autostima

Autostima ed adattamento personale

La presenza attiva affiancata da un sufficiente grado di interesse per la vita del figlio definiscono la figura paterna come base sicura per lo sviluppo di una buona autostima nel figlio contribuendo a strutturare un sé coeso ed armonico permeato da un senso di fiducia. Diversi studi tra cui quello pubblicato da Reute e Biller nel 1973, evidenziano come un bambino che possa sperimentare ed osservare un padre coinvolto ed interessato sia in grado di imitare il suo comportamento e sviluppare delle caratteristiche di personalità positive. Il padre distaccato sia per livello di intensità di coinvolgimento sia per disponibilità di tempo rappresenta la base per un impoverimento del funzionamento della personalità del bambino. In particolare la deprivazione paterna a questo livello potrebbe spingere il minore verso un elevato livello di ansietà dettato da un profondo senso di smarrimento rispetto alla presenza di modelli interni sufficientemente coerenti e strutturati. La deprivazione paterna potrebbe spingere il bambino all’interno delle relazioni interpersonali verso il manifestarsi di sentimenti di ansia e bassa autostima.

Comportamento impulsivo e antisociale

La presenza del padre è una componente fondamentale nell’organizzazione di un quadro coerente di regole, in particolare il genitore mantenendo un clima di affetto e di apertura nei confronti dei bisogni del bambino creerebbe la possibilità di costruire un modello di sensibilità interpersonale e di sviluppo morale. Hoffman nel 1971 condusse delle ricerche sullo sviluppo della coscienza morale nei ragazzi. Quelli senza padre ottennero dei punteggi significativamente più bassi in relazione al giudizio morale interiorizzato, al senso di colpa conseguente a trasgressioni, accettazione del rimprovero, ai valori morali e alla conformità alle regole, inoltre a livello scolastico erano vissuti dagli insegnanti come più aggressivi. La possibilità di beneficiare della presenza di una padre sufficientemente adeguato consente al bambino di prendersi la responsabilità delle proprie azioni sviluppando un modello interno di controllo più adeguato. Di rilevante importanza è la correlazione tra delinquenza giovanile e deprivazione paterna. A tal proposito Miller (1958) propose come interpretazione della presente correlazione l’assunto secondo il quale i ragazzi appartamenti a classi sociali svantaggiate, che subiscono deprivazione paterna, proporrebbero la delinquenza come tentativo di di dimostrare la propria mascolinità. Child e Barry scoprirono in uno studio cross-culturale che la disponibilità del padre era associata negativamente con la quantità di furti e di crimini contro le persone. D’altro canto i ragazzi che hanno una relazione positiva con il padre si coinvolgono più facilmente in attività di gruppo costruttive e a favore della società. Dunque la qualità del rapporto con il padre influisce stabilmente nelle relazioni del ragazzo con i coetanei.

Rapporti interpersonali

La relazione padre figlio/a può avere un’influenza rilevante sui rapporti futuri con gli altri. Il modo in cui il padre interagisce con il figlio introduce una situazione di modellamento particolarmente efficace che il bambino è incline a generalizzare alle sue relazioni con gli altri. La deprivazione paterna può interferire negativamente con lo sviluppo di buone relazioni con i coetanei. Ciò che che danneggia i ragazzi senza padre nelle loro relazioni con i coetanei è la mancanza di un orientamento maschile sicuro. Una relazione positiva con il padre dà al bambino una base per avere successo nelle relazioni interpersonali.

Psicopatologia

Molti studi suggeriscono che i bambini senza padre agiscono in maniera immatura ed hanno un’elevata percentuale di gravi problemi di comportamento associati all’andamento scolastico. Brown (1961) e Beck, Senti e Tuthill (1963) evidenziano nei loro studi come l’assenza paterna prima dei quattro anni sia associata in modo elevato alla depressione, ma altri studi hanno suggerito che anche la perdita del padre tra i 10 e i 14 anni può predisporre alla depressione. La perdita del padre può essere associata più strettamente ad un comportamento cronicamente depresso. Brill e Liston evidenziano con i loro studi come la perdita del genitore, dovuta a divorzio o separazione durante l’infanzia, sia molto più alta tra gli individui che soffrono di nevrosi, psicosi, o disordini della personalità, rispetto ad altri appartenenti ad un gruppo di controllo.

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