Criticità e fallimenti nell’adozione internazionale

Criticità e fallimenti nell’adozione internazionale
Giacomo Piperno

*A cura di Angela M.R. Rinaldi

L’adozione internazionale è un istituto giuridico e sociale di fondamentale importanza, che nel corso degli anni ha offerto un’opportunità di rinascita a innumerevoli minori in stato di abbandono. Rappresenta l’incontro tra il diritto del minore a una famiglia e il desiderio di genitorialità di una coppia, creando un vincolo che sostituisce la filiazione di sangue e conferisce lo status di figlio legittimo. Tuttavia, dietro la nobile finalità dell’istituto, si celano complessità psico-sociali e criticità procedurali che, se non adeguatamente gestite, possono condurre a fallimenti adottivi.

Questo percorso, intrapreso spesso con grandi aspettative, è disseminato di sfide che mettono alla prova la resilienza sia dei genitori che dei minori. Il fallimento di un’adozione non è un evento improvviso, ma il culmine di una crisi multifattoriale che affonda le radici nelle storie personali dei protagonisti e nelle lacune del sistema di supporto. L’esito più drammatico, la “restituzione” del minore, configura un secondo abbandono, un trauma dalle conseguenze potenzialmente irrecuperabili.


Le Motivazioni Genitoriali e gli Indici Predittivi di Crisi

L’analisi delle criticità non può prescindere da un’onesta valutazione delle motivazioni che spingono una coppia all’adozione internazionale. Sebbene la diminuzione del tasso di natalità in Italia e la sensibilità verso i diritti dei minori abbandonati siano fattori rilevanti , le ragioni più profonde sono spesso strettamente connesse all’emotività degli aspiranti genitori.

Nella maggior parte dei casi, alla base dell’intenzione adottiva vi è una storia di sterilità della coppia. Questa esperienza viene frequentemente vissuta come un lutto, una ferita narcisistica che causa sofferenza e traumi non risolti. Altre motivazioni possono includere il timore di trasmettere malattie genetiche , la perdita di un figlio biologico o ragioni di carattere umanitario, talvolta venate da un desiderio narcisistico di “salvare” un bambino sfortunato.

Queste stesse motivazioni possono trasformarsi in indici predittivi di crisi. Quando l’adozione viene inconsapevolmente “strumentalizzata” per colmare un vuoto, per affermare la propria identità di famiglia o come pratica terapeutica, si innesca una dinamica disfunzionale. La coppia, focalizzata sui propri problemi emotivi, può proiettare sul minore aspettative irrealistiche, ricercando una “magica corrispondenza” tra il sogno e la realtà. Questo sbilanciamento impedisce di vedere il bambino per quello che è: un individuo portatore di una storia personale difficile e di un passato non cancellabile.

Il Passato non Cancellabile del Minore Adottato

Il secondo polo della diade adottiva, il minore, non è una tabula rasa. Anche i neonati, si ritiene, portano con sé vissuti sensoriali capaci di influire sulla vita futura. La maggior parte dei minori disponibili per l’adozione internazionale non sono, tuttavia, in tenerissima età, ma in età prescolare o scolare.

Questi bambini hanno alle spalle un vissuto già consolidato, spesso segnato da esperienze traumatiche quali povertà, solitudine, abusi sessuali, maltrattamenti o regimi educativi eccessivamente rigidi. I minori provenienti da istituti, i cosiddetti “bambini istituzionalizzati”, hanno vissuto in strutture organizzate su turni, senza la possibilità di legarsi a un’unica figura di riferimento.

Dal punto di vista della psicologia dello sviluppo, questo contesto impedisce la formazione di un attaccamento sicuro. Secondo la teoria di Bowlby, fondamentale per la sana crescita di ogni individuo, questi bambini non hanno sviluppato Modelli Operativi Interni funzionali. Le loro esperienze precoci di trascuratezza o violenza, talvolta vissute con figure di attaccamento che erano esse stesse la fonte del pericolo, possono portare a un attaccamento disorganizzato. Questa “paura senza sbocco” rimane come memoria traumatica isolata e può gettare le basi per future patologie, inclusi i disturbi di personalità.

Criticità Sistemiche: Dagli “Special Needs” al Supporto Post-Adozione

Alle vulnerabilità intrinseche della diade si aggiungono criticità sistemiche. Un elemento di forte impatto è la gestione delle informazioni provenienti dai paesi di origine, che risultano spesso incomplete. Le schede dei minori possono essere compilate da personale non sanitario, omettere diagnosi o descrivere solo parzialmente la realtà del bambino.

Questa carenza informativa è particolarmente problematica nel caso dei bambini “Special Needs”. Questa categoria, che consente una maggiore celerità delle pratiche adottive , include non solo minori con disabilità fisiche risolvibili (come il labbro leporino) , ma anche minori con gravi traumi, problemi comportamentali, iperattività, disturbi della condotta, o minori di età superiore ai sette anni.

La formazione offerta alle coppie può non essere sufficientemente obiettiva, ricorrendo a frasi illusorie come “con amore e pazienza tutto si risolve”. Questa parzialità, unita alla pressione dell’attesa, può spingere i genitori ad accettare situazioni per le quali non hanno le risorse emotive o pratiche. La divergenza tra il “bambino ideale” e il “bambino reale” può avere un impatto devastante sulla famiglia.

A complicare il quadro interviene la carenza del supporto post-adottivo. Una volta concluso l’iter burocratico, l’intervento in favore delle famiglie si rivela spesso carente. Le famiglie rimangono sole ad affrontare problematiche emergenti, proprio quando il legame è più fragile e le difficoltà iniziano a manifestarsi.


L’Adolescenza: Il Banco di Prova del Legame Adottivo

Se è vero che “tutto si prepara nell’infanzia, tutto si gioca nell’adolescenza”. È in questa fase della vita, un momento di sfida per qualsiasi famiglia, che le criticità latenti dell’adozione internazionale tendono a emergere con forza dirompente.

L’adolescenza impone al minore un complesso lavoro identitario, che nel figlio adottivo si complica con la gestione di una “doppia appartenenza”, biologica e adottiva. Il desiderio di conoscere le proprie origini può emergere con violenza, portando all’idealizzazione dei genitori biologici e a una aperta sfida, talvolta violenta, verso i genitori adottivi.

Studi scientifici indicano che gli adolescenti adottati sono più esposti al rischio di sviluppare psicopatologie rispetto ai coetanei. Manifestano più sintomi esternalizzanti, come aggressività , e una capacità inferiore di regolazione emotiva. I traumi precoci, l’abbandono e l’istituzionalizzazione possono sfociare in disturbi conclamati, come il Disturbo Reattivo dell’Attaccamento, in cui il bambino non cerca conforto , o il Disturbo da Impegno Sociale Disinibito, caratterizzato da un’eccessiva e pericolosa confidenzialità con gli sconosciuti.

La crisi può essere aggravata dalla mancanza della “magia della scelta”. Alcuni studi su minori restituiti hanno evidenziato come l’assenza di un riconoscimento reciproco iniziale—il sentirsi “gli avanzi” dell’istituto, o il ricordo simbolico di aver ricevuto “scarpe del numero sbagliato” —impedisca la costruzione di un senso di appartenenza. La famiglia disfunzionale rimane bloccata in quell’esperienza.

Di fronte a comportamenti disfunzionali gravi—dipendenze, autolesionismo, fughe da casa, disturbi della condotta —i genitori adottivi, sprovvisti di supporto, possono dichiarare la propria incapacità e avviare il percorso di allontanamento.

L’Esito Estremo: La “Restituzione” e il Secondo Abbandono

Il fallimento adottivo è un evento complesso che, dal punto di vista giuridico e sociale, si configura come “l’interruzione definitiva di un rapporto difficile e problematico tra genitore e figlio adottivo”. Nella percezione dell’adottante, l’unica strada percorribile di fronte a una crisi ingestibile appare quella della “restituzione”.

Questo termine, per quanto crudo, descrive la realtà del collocamento del minore in strutture di accoglienza, comunità terapeutiche o l’affidamento ai Servizi Sociali. Dal punto di vista psicologico, questo evento è una catastrofe per il minore. Configura un secondo abbandono , che conferma la sua rappresentazione interna di non essere degno d’amore e rafforza i suoi modelli operativi disfunzionali, ponendolo in una condizione di grave rischio evolutivo e, talvolta, di “irrecuperabilità”.

Dal punto di vista legale, la revoca di un’adozione internazionale è estremamente complessa. La Convenzione dell’Aja non la prevede esplicitamente , e sebbene la legge italiana contempli la revoca per reati gravi commessi da adottati sopra i 14 anni , per i minori la strada più seguita è l’affidamento ai servizi. Un’eventuale revoca formale richiederebbe una complessa collaborazione internazionale, di difficile realizzazione.

Conclusioni: Prevenire il Fallimento

L’obiettivo di un’analisi delle criticità non è demonizzare l’istituto dell’adozione, ma evidenziare la necessità impellente di prevenire gli insuccessi. Il grave pregiudizio subito dai bambini a seguito di un secondo abbandono impone una riflessione su come i servizi territoriali, gli enti autorizzati e i professionisti della salute mentale possano gestire le crisi.

È fondamentale potenziare la formazione degli aspiranti genitori, fornendo loro una consapevolezza concreta e non edulcorata dei traumi pregressi dei minori e delle difficoltà che potrebbero emergere. Soprattutto, è indispensabile rafforzare l’accompagnamento post-adozione, creando una rete di supporto specializzata, capace di intervenire prima che la crisi diventi rottura, per sostenere il difficile, ma non impossibile, processo di costruzione di un legame che possa, questa volta, durare per sempre.

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