Ascolto del minore in Ctu e alleanze disfunzionali

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Giacomo Piperno

*A cura di Sabina Pia Venezia

Nel moderno scenario del diritto di famiglia, l’ascolto del minore non rappresenta più una mera formalità istruttoria, bensì il fulcro attorno al quale ruota la tutela dei diritti dell’infanzia nei procedimenti giudiziari.

Questa evoluzione ha trasformato radicalmente la percezione del fanciullo all’interno del processo civile, elevandolo da oggetto di decisioni altrui a soggetto attivo, portatore di bisogni, opinioni e diritti propri che l’ordinamento ha il dovere di tutelare.

Il presente contributo si propone di analizzare, con rigore scientifico e metodologico, l’integrazione tra l’ascolto del minore e la valutazione delle alleanze familiari disfunzionali, elementi imprescindibili per garantire decisioni consapevoli e rispettose del superiore interesse del fanciullo.

Il progresso normativo e il paradigma della partecipazione

L’ordinamento italiano ha compiuto un percorso significativo, sollecitato da importanti indicazioni sovranazionali che hanno gradualmente riconosciuto al minore una titolarità di diritti soggettivi precedentemente negata. Fino agli anni ’70, infatti, i minori erano considerati in una posizione di mera soggezione rispetto alla potestà genitoriale. Il punto di svolta internazionale è segnato dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo di New York del 1989, che all’articolo 12 garantisce al bambino capace di discernimento il diritto di esprimere liberamente la propria opinione su ogni questione che lo riguardi. In Italia, questo principio ha trovato piena cittadinanza con la legge 219 del 2012, che ha sancito il diritto sostanziale e processuale del minore di essere ascoltato in tutte le procedure che lo interessano.

Un capitolo fondamentale di questo rinnovamento è rappresentato dalla recente Riforma Cartabia, che ha riordinato la disciplina introducendo gli articoli 473-bis.4, 473-bis.5 e 473-bis.6 del codice di procedura civile. La riforma impone espressamente al giudice di tenere in debito conto le opinioni espresse dal minore, la cui rilevanza cresce proporzionalmente alla sua età e al suo grado di maturità. Sebbene la norma affidi l’ascolto in via prioritaria al giudice, la prassi forense continua a valorizzare il ruolo del Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU) come ausiliario fondamentale per un ascolto “indiretto” e relazionale. Il CTU, operando in un setting clinico ed empatico, ha la possibilità di sintonizzarsi con il mondo interno del fanciullo, esplorando non solo le sue dichiarazioni verbali, ma anche i desideri, le aspirazioni e le paure che caratterizzano la sua esistenza quotidiana nel contesto della crisi familiare.

Metodologia dell’ascolto e capacità di discernimento

L’ascolto del minore all’interno della CTU richiede una metodologia rigorosa che si adatti alle diverse competenze evolutive del soggetto. Il concetto cardine è quello della capacità di discernimento, intesa come l’abilità del bambino di comprendere ciò che è utile per sé e di prendere decisioni autonome, valutando i propri bisogni e le strategie per soddisfarli. Per i minori che hanno compiuto dodici anni, lo psicologo procede tipicamente attraverso colloqui volti a esplorare la routine quotidiana, le relazioni scolastiche e i legami con entrambi i rami genitoriali, prestando attenzione a non formulare domande suggestive o inducenti che potrebbero inquinare la genuinità del racconto.

Per i bambini di età inferiore ai dodici anni, l’ascolto è subordinato a una preventiva valutazione della capacità di discernimento. In questa fascia d’età, specialmente tra gli otto e gli undici anni, si predilige un approccio che esplori la percezione emotiva e cognitiva della situazione familiare, le aspettative per il futuro e le dinamiche con la famiglia allargata. Al di sotto degli otto anni, l’ascolto assume una connotazione prevalentemente osservativa, mirata a cogliere il vissuto familiare attraverso il gioco e l’interazione spontanea, poiché in età prescolare non è possibile parlare di ascolto in senso tecnico o di opinioni autonome. Il professionista deve analizzare con cura gli indicatori cognitivi, come linguaggio e memoria, unitamente a quelli emotivi, verificando la coerenza del racconto e l’eventuale presenza di condizionamenti esterni.

Conflitto genitoriale e dinamiche di triangolazione

La separazione coniugale rappresenta un evento dirompente che impone una complessa riorganizzazione dei rapporti familiari. In contesti di alta conflittualità, il sottosistema coniugale spesso non riesce a distinguersi da quello genitoriale, trasformando la gestione dei figli in un terreno di scontro permanente. Questo scenario espone il minore al rischio di triangolazioni disfunzionali, dove il bambino viene coinvolto attivamente nel conflitto degli adulti. Salvador Minuchin ha descritto con precisione le “triadi rigide”, dinamiche in cui i confini generazionali diventano diffusi e il figlio assume ruoli che non gli appartengono per proteggere uno dei genitori o per mediare tra di essi.

Le configurazioni tipiche di queste triadi includono la coalizione, dove un genitore e il figlio si uniscono contro l’altro, e la triangolazione propriamente detta, in cui il minore si sente paralizzato dalla richiesta di entrambi i genitori di parteggiare per l’uno o per l’altro, vivendo un profondo conflitto di lealtà. Queste dinamiche hanno ripercussioni gravi sullo sviluppo psicologico, potendo generare ansia, depressione, bassa autostima e difficoltà di individuazione. È fondamentale che il CTU valuti la cogenitorialità, ovvero la capacità degli ex partner di collaborare e supportarsi reciprocamente nei ruoli educativi. Mentre una cogenitorialità supportiva favorisce il benessere del minore, un’ostilità competitiva compromette la stabilità emotiva del fanciullo, costringendolo a strategie di “sopravvivenza” relazionale che possono sfociare nel rifiuto immotivato di uno dei genitori.

Alleanze patogene e genitorializzazione

Un fenomeno particolarmente insidioso osservabile nelle consulenze tecniche è la genitorializzazione, ovvero l’inversione di ruolo per cui il genitore attribuisce al figlio funzioni di supporto emotivo o decisionale tipiche di un partner o di un proprio genitore. Il minore, intrappolato in questa dinamica, sacrifica la propria autonomia e lo sviluppo della propria identità per soddisfare i bisogni profondi dell’adulto, spesso derivanti dalla solitudine o dal senso di fallimento legato alla separazione. Si possono distinguere diversi ruoli disfunzionali assunti dal minore: l'”eterno bambino”, mantenuto in una condizione di dipendenza; il “partner surrogato”, destinatario di confidenze adulte; e il “parental child”, che assume responsabilità pratiche ed emotive superiori alle proprie capacità evolutive.

Queste alleanze triadiche disfunzionali possono evolvere in gravi patologie relazionali come l’alienazione genitoriale, caratterizzata dal rifiuto ingiustificato di un genitore a favore dell’altro in seguito a manovre denigratorie o manipolatorie. Il rifiuto del minore, tuttavia, non deve essere interpretato in modo riduttivo come mero effetto della manipolazione, ma come il sintomo di un quadro psicologico complesso che coinvolge l’intero sistema familiare. Il fanciullo può ricorrere a meccanismi di scissione e proiezione, idealizzando un genitore e percependo l’altro come totalmente negativo, sviluppando un “falso Sé” adattivo per compiacere le aspettative del genitore alienante.

Strumenti di valutazione: Il Lausanne Trilogue Play clinico (LTPc)

Per oggettivare la valutazione delle alleanze familiari, la metodologia della CTU si avvale di strumenti di osservazione diretta come il Lausanne Trilogue Play clinico (LTPc). Questa procedura permette di analizzare la coordinazione triangolare tra genitori e figli attraverso un compito ludico strutturato, diviso in quattro fasi: l’interazione diadica tra un genitore e il figlio, lo scambio dei ruoli tra i genitori, l’interazione triadica congiunta e, infine, l’osservazione dell’autonomia del bambino mentre i genitori interagiscono tra loro. L’LTPc consente di classificare le alleanze familiari in un continuum che va dalle alleanze cooperative e in tensione (funzionali) a quelle collusive e disturbate (disfunzionali).

Nelle alleanze funzionali, i membri della triade lavorano armoniosamente, i ruoli sono flessibili e il bambino è al centro dell’attenzione in modo positivo. Al contrario, nelle alleanze collusive e disturbate si osserva una subunità genitoriale divisa, dove uno dei genitori e il bambino formano coalizioni contro l’altro membro, impedendo il raggiungimento di un obiettivo comune e compromettendo la serenità del gioco. Questo strumento risulta prezioso per il CTU poiché fornisce dati empirici sulla capacità dei genitori di cooperare e sulla reazione del minore a tale coordinamento, offrendo al giudice una base solida per determinare le condizioni di affido più idonee.

Conclusioni e prospettive di intervento

L’analisi sistematica dell’ascolto del minore e delle alleanze familiari evidenzia come la crisi del legame coniugale non debba necessariamente tradursi in una catastrofe relazionale per i figli. La Consulenza Tecnica d’Ufficio, se condotta con approccio sistemico-relazionale e multidisciplinare, può trasformarsi in uno spazio “trasformativo” capace di promuovere una riorganizzazione funzionale del sistema familiare. È essenziale che i genitori siano supportati nel riconoscere il valore della bigenitorialità, superando i conflitti che ostacolano la cooperazione e imparando a sintonizzarsi nuovamente con i reali bisogni dei figli.

In conclusione, garantire al minore un ascolto autentico, empatico e rispettoso significa valorizzare la sua voce senza caricarlo del peso di scelte che non gli competono. Solo attraverso una decodifica attenta delle dinamiche disfunzionali e un lavoro sinergico tra giuristi e professionisti dell’area psicosociale è possibile salvaguardare i diritti del fanciullo e promuovere un ambiente familiare emotivamente sicuro, fondamento indispensabile per uno sviluppo armonico e sereno.

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